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LE PIU' IMPORTANTI NOTIZIE DAL MONDO ECONOMICO

Quando le banche centrali aumenteranno il costo del denaro, ora ai minimi storici, ci sara' di che allarmarsi. Per il Ceo di JP Morgan Jamie Dimon "dovremo abituarci a una volatilita' estrema sui mercati".

 
NEW YORK (wsi) - L'appuntamento e' solo rimandato: quando le banche centrali del mondo riporteranno i tassi di interesse su livelli considerati "normali", i mercati finanziari sono destinati ad attraversare un periodo di estrema volatilita'

"Quello appena descritto e' un mondo che fa paura", secondo l'amministratore delegato di JP Morgan Chase Jamie Dimon

"Dobbiamo augurarci una normalizzazione dei tassi di interesse, e' una cosa positiva", ha precisato il manager ieri durante un dibattito al Forum mondiale di Fortune in corso a Chengdu, in Cina. 

"Ma quando torneremo su livelli normali, ci sara' di che avere paura e i mercati attraverseranno un periodo di volatilita'".

Le politiche di espansione straordinarie imposte dalle banche centrali mondiali, Bce, Fed e Bank of Japan in particolare, per rispondere alla crisi finanziaria scoppiata nel 2008 negli Usa e poi propagatasi in Europa, ha incoraggiato gli investitori a comprare titoli ad alto rischio. 

I timori che prima o poi i programmi eterodossi di acquisto di titoli di stato da parte della Fed possano essere ridotti hanno avuto un impatto negativo sui corsi azionari da questa settimana. 

Rifacendosi all'indice del rischio di mercato di Bank of America, utilizzato per calcolare la volatilita', il livello di preoccupazione degli operatori attivi nei mercati azionari, obbligazionari, valutari e di materie prime, si trovano sotto la soglia di paura nel 75% delle sedute dal 2000.

Ma nell'ultimo mese le oscillazioni di prezzo giornaliere si sono ampliate progressivamente. Tra i fattori catalizzatori, i dati inferiori alle stime sull'attivita' manifatturiera in Usa e Cina e le speculazioni circa l'eventuale "exit strategy" dai piani di Quantiative Easing di Ben Bernanke

Per questo motivo Dimon ha sottolineato che guardera' "con grande attenzione a qualsiasi parola che la Fed pronuncera'".
 

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La lobby degli industriali europei ha incontrato Merkel, Hollande e Barroso. Con il piano su competitività e produttività stati membri saranno costretti a implementare riforme strutturali neo liberali.
 
ROMA (wsi) - Nell'incontro del 18 marzo 2013 i leader delle aziende multinanzionali maggiori d'Europa hanno visto la Cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Francois Hollande e il presidente della Commissione Europea Jose Manuel Barroso per parlare di competitivita' nel continente e per promuovore una sorta di nuovo Fiscal Compact

A svelarlo e' il gruppo di ricerca indipendente Corporate Europe Observatory, ricordando che gia' in gennaio a Davos, durante il World Economic Forum, Merkel aveva fatto pressioni sugli altri leader mondiali per imporre un patto per la competitivita'. 

Quest'anno in Europa e' stato aperto un dibattito su un nuovo patto per la competitivita' (un altro "compact", dopo quello fiscale). Se verra' approvato dal Consiglio Europeo a giugno, gli stati membri saranno costretti a implementare riforme strutturali di stampo neo liberale. 

Come scrive Paolo Barnard sul suo blog, la tavola rotonda degli industriali europei "mira a mettere il turbo nucleare al mercato singolo, dove ovviamente solo i colossi possono competere, e dove milioni di piccole-medie aziende (e i loro lavoratori) andranno invece disintegrate (e già ci vanno)". 

Inoltre il nuovo Fiscal Compact sulla competitività-produttività prevede l'introduzione di tre nuovi parametri, allarmanti per la tenuta del tessuto sociale. Se il patto sara' approvato dal Consiglio presieduto da Herman Van Rompuy, d'ora in avanti il nostro livello salariale sara' legato a:

1) la maggiore produttività sul lavoro

2) la competizione internazionale

3) la performance individuale

Le raccomandazioni mettono in primo piano la riduzione drastica degli ostacoli al licenziamento e la riduzione delle liquidazioni. E chiedono che la spesa pubblica venga utilizzata per aiutare il business, non per il sociale

Barnard ricorda che "ogni singola parola della lobby diviene di regola un Trattato UE sovranazionale, cioè più potente di qualsiasi cosa i nostri parlamenti possano decidere. E’ accaduto col Fiscal Compact, accadrà con questo Compact".
 

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Fed pronta ad acquistare quantita' massicce di titoli italiani e spagnoli per far ripartire l’economia globale. Obiettivo: abbattere Spread a 130.
 
NEW YORK (wsi) - La Federal Reserve e' pronta a comprare Btp e titoli di Stato spagnoli. L'indiscrezione viene dal capo economista di Ubs, secondo il quale la banca centrale americana non avrebbe piu' la pazienza di aspettare le prossime mosse delle autorita' europee ancora divise su molte questioni chiave, come quella degli aiuti diretti alle banche utilizzando i fondi dell'ESM. 

Sembra fantascienza e invece il piano e' realmente sul tavolo. L’operazione, resa possibile dalle enormi disponibilita' liquide liberate dall'espansione monetaria di questi anni (piu' di 20 mila miliardi in circolazione), potrebbe far salire le quotazioni di Bonos e Btp, accorciando la distanza dai Bund tedeschi. 

In questo modo, con la piu' gigantesca operazione di compressione artificiale dei tassi di interesse della storia, Ben Bernanke potrebbe far scendere lo spread tra Btp e Bund dagli attuali 250-260 punti a un livello non superiore ai 130-140 punti base. 

Si spera cosi' di innescare un ciclo virtuoso di ripresa degli investimenti e dell'economia. E l’inflazione? Su questo capitolo la Germania potrebbe opporre ostruzione. Nel secondo Dopoguerra, ricorda un recente outlook del Fondo Monetario Internazionale e citato dall'edizione odierna di Libero quotidiano, una terapia di questo tipo, basata sugli acquisti a pioggia di titoli di Stato, servi' sia a sostenere l’economia Usa, sia a ripagare i debiti contratti durante la guerra, grazie alle maggiori entrate fiscali. 

Ma pochi anni prima, nello stesso secolo, in Germania si scateno' un'inflazione che ha segnato indelebilmente i tedeschi, costretti a tanti anni di sacrifici. Nel periodo tra le due guerre si scateno' infatti l'iperinflazione di Weimar. Durante la sua fase finale, nel novembre 1923, il marco valeva un bilionesimo di quanto valeva nel 1914.

Tornando alla crisi dei giorni nostri, il concetto e': se Mario Draghi ha le mani legate dalla Germania, l'unica soluzione resta quella di fare affidamento sul "bazooka" a munizioni illimitate della Fed, la quale ha l'autorita' per comprare debito pubblico straniero. 

Andreas Hoefert, capo economista per il mercato europeo di Ubs wealth management, e' convinto che Bernanke, che lascera' a gennaio 2014, potrebbe entrare nella storia come il primo presidente della Fed a non aver mai imposto una stretta della politica monetariadurante il suo mandato. 

L'exit strategy dai piani di espansione monetaria eterodossi, insomma, non e' alle porte. Mentre la Borsa Usa continua a infilare record su record, l'economia reale non e' ancora tornata ai livelli pre crisi. 

"Il successo dell’allentamento - osserva l'analista - resta in dubbio anche se e' vero che, al contrario di altri Paesi, gli Usa non sembrano a rischio di cadere in una recessione a doppio minimo e che la disoccupazione si sta riprendendo, con un ritmo lento ma sicuro. Inoltre il mercato azionario attualmente sta rincorrendo un record dopo l’altro".

Ancora peggiore e' pero' la situazione in Europa, che resta in recessione se non in depressione. "Se questa situazione dovesse permanere ancora a lungo, rischierebbe di compromettere gli sforzi immani della Fed nella lotta alla deflazione", sottolinea Hoefert.

Secondo l'economista la politica monetaria secondo la strategia del "colpisci e stupisci" che la Fed attua dal 2008 ha forse sorpreso molti, ma non chi ricorda le parole pronunciate dal suo presidente durante un discorso tenuto nel 2002, quando era membro del Consiglio dei governatori («Deflation: Making sure it doesn’t happen here»), che gli è valso il soprannome di«Helicopter Ben», e che definisce molti anni prima le misure della Fed in una situazione di crisi finanziaria con rischi deflazionistici come quella del 2007–08.

Proprio nel discorso del 2002 Bernanke aveva anche detto che "la Fed ha l’autorita' per acquistare sia debito pubblico straniero sia debito pubblico nazionale". Un'arma potenzialmente molto efficace dunque, quella che ha a disposizione la Fed nel suo arsenale. "Nulla puo' fermare la Fed dal fare il lavoro che la Bce si rifiuta di fare o accetta di fare solo in cambio di una stretta fiscale ancora maggiore nei Paesi periferici: acquistare i titoli di Stato di Spagna, Italia e altri Paesi per allentare le condizioni monetarie di tali nazioni", prosegue Hoefert.

Nel suo discorso Bernanke ha anche sottolineato che un tale intervento avrebbe un "potenziale impatto su una serie di mercati finanziari, compreso il mercato dei cambi. Tuttavia in un mondo segnato dalle guerre monetarie, in cui il Giappone ha già sparato la sua ultima salva e l’euro rimane il combattente furtivo, un tale ipotetico ultimo intervento potrebbe finalmente far uscire allo scoperto l’euro e mettere la Bce di fronte al fatto che una depressione europea autoindotta non è un evento isolato, ma uno che ha effetto sulla ripresa mondiale", ha chiosato Hoefert, secondo cui l'intervento della Fed in aiuto dei paesi finanziaramente piu' fragili dell'area euro potrebbe essere l'unica via per uscire dal tunnel.
 

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Agenzia minaccia nuovi tagli rating Italia. Istituti di credito, rubinetti chiusi: lobby hannointascato soldi Bce, nulla per l'economia.

ROMA (wsi) - Nel corso del 2012 le banche hanno tagliato alle imprese italiane 44 miliardi di euro di finanziamenti. E' quanto emerge da un report di Standard & Poor's in cui si prevede un sempre maggior ricorso alle emissioni obbligazionarie da parte del nostro tessuto produttivo per far fronte alla 'stretta' creditizia.

Attualmente, rileva l'agenzia di rating, le imprese italiane attingono il 92% del loro fabbisogno finanziario di breve e lungo termine dalle banche ma "questa provvista sta diventando meno disponibile in quanto le banche italiane hanno avviato un percorso di riduzione della leva finanziaria".

Questo fenomeno "insieme all'allentamento della legislazione d'impresa e fiscale per le medie imprese che è stata introdotta in Italia - si legge nel report - probabilmente incoraggerà l'emissione di più obbligazioni". Già lo scorso anno le imprese italiane hanno emesso un ammontare netto di 20 miliardi di euro di bond colmando, peraltro solo in parte, il taglio dei finanziamenti da parte del sistema bancario.

Secondo S&P, in uno scenario di "crescita zero" in cui le imprese emettano bond solo per rifinanziare il debito esistente, la percentuale di obbligazioni sul totale dei finanziamenti potrebbe salire all'11%-14% nei prossimi cinque anni. In presenza di una ripresa della crescita economica il funding attraverso bond potrebbe arrivare fino al 14%-17%, sostenuto dalla crescita degli investimenti fissi.

L'agenzia americana ritiene che "un più ampio ricorso al mercato dei bond possa aiutare a migliorare la struttura di capitale delle imprese italiane e ridurre i rischi di rifinanziamento perchè potrebbe allungare le scadenze del debito e diversificare la base degli investitori". 

Tuttavia la sostituzione del debito bancario con quello obbligazionario sarà un processo "lungo e arduo" a causa dello "scarso interesse" da parte degli investitori istituzionali italiani per le emissioni delle medie imprese (in media l'80% delle obbligazioni sono state sottoscritte da investitori esteri) e "dell'assenza di un mercato sviluppato del private placement".

'Riteniamo che ulteriori azioni negative sul rating sono possibili nel 2013 in mancanza di una ripresa dell'economia domestica nell'ultima parte dell'anno". E' quanto inoltre afferma Standard & Poor's nel report dedicato soprattutto allo spostamento delle imprese verso il mercato dei bond.

"Deboli risultati operativi stanno pesando sulla qualità del credito di molte delle 36 società che esaminiamo in Italia" rileva S&P sottolineando che il trend dei rating è stato "moderatamente negativo" nel 2012 e nel primo trimestre del 2013. Delle 25 azioni adottate, quelle negative sono state più del doppio di quelle positive.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da La Repubblica - che ringraziamo - esprime il pensiero dell' autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di WallStreeTrade, che rimane autonoma e indipendente.
 

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Da inizio anno il metallo giallo ha perso il circa il 20% del suo valore. Per l'economista la discesa non è finita. Sono altre le asset class da preferire..
 
 
ROMA (wsi) - Nel corso del 2013 ha perso circa il 20% del suo valore. Lo scorso 16 aprile ha toccato il minimo degli ultimi due anni a questa parte, scendendo a quota 1.321 dollari l'oncia. 

Adesso nel dibattito degli investitori sulla convenienza o meno a posizionarsi sul metallo giallo, è intervenuto anche Nouriel Roubini, l’economista noto per aver predetto per primo la crisi dei mutui subprime nel 2008. 

Roubini non ha lasciato spazio a una ripresa delle sue quotazioni. Ha previsto che il metallo giallo scenderà a 1000 dollari entro la fine del 2015. Fine della storia. A favore della sua tesi ha elencato sei motivi. 

Punto primo Roubini ha ricordato che l'oro raggiunge il suo culmine nei periodi di crisi estreme. E adesso "le crisi sono finite", ha sentenziato. Ma non solo. 

L'esperto - punto secondo - ha ricordato come il metallo prezioso performa bene nel momenti in cui c'è il rischio di incappare in alta inflazione. A suo avviso non è oggi questo motivo di grande preoccupazione. 

Il Professore americano ha poi fatto notare, terzo punto, come con la ripresa dell'economia, almeno per quanto riguarda l'America, investire in metalli preziosi sia diventato meno interessante e siano altre le asset class da privilegiare. 

Come se tutto questo non fosse già abbastanza per tracciare una rotta, quarto punto - Roubini ha poi aggiunto che i tassi di interesse reali sono in aumento. Trattasi di una situazione che fa perdere l'interesse degli investitori verso l'oro. 

Quinto motivo - ha concluso - i governi alle prese con il problema del debito pubblico adesso stanno vendendo oro. 

Sesto e ultimo motivo: "I fanatici di destra sono sempre stati accesi sostenitori dell'investimento nel metallo giallo. Adesso il boom è finito".
 

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Dopo le proteste delle ultime riunioni la polizia ha imposto regole di massima sicurezza per l'incontro del 2013. La prossima settimana, a Watford (UK) verranno istallati check point erecinzioni d'acciaio.
 
 

NEW YORK (wsi) - Per la prima volta la riunione del club Bilderberg non si svolgera' soltanto in gran segreto, ma anche in un regime di massima sicurezza. Dopo i disagi provocati dalle ultime proteste, in aumento dopo lo scoppio della crisi finanziaria e l'allargamento delle disparita' tra ricchi e poveri, la polizia britannica pare abbia deciso di ricorrere alle maniere forti e alzare le barricate. 

Da quanto si apprende dalle ultime informazioni circolate su siti e blog americani "anti-sistema", intorno al luogo dove si incontreranno i potenti della Terra verra' istallata una "recinzione d'acciaio", una barriera di sicurezza invalicabile. Ancora non si conosce l'elenco dei partecipanti, ma qui si puo' consultare il comitato di Governance. L'unico italiano a farne parte e' Franco Bernabè presidente e AD di Telecom Italia. In passato vi figuravano, tra gli altri, Romano Prodi, gli Agnelli Umberto e Gianni e Mario Monti

L'ultimo incontro si e' tenuto tra il 31 maggio e il 3 giugno a Chantilly, nello Stato del Virginia. Presenti 800 delegati del mondo Occidentale. Nonostante le tante proteste vivaci, nessuno e' stato arrestato.

L'obiettivo e' quello di tenere alla larga i manifestanti e i giornalisti da Watford, in Inghilterra, citta' situata nello Hertfordshire, a una trentina di chilometri a nord ovest di Londra. Il programma di sicurezza senza precedenti e' finanziato, manco a dirlo, con i soldi dei contribuenti.

L'organizzazione mondiale che raccoglie manager, banchieri e imprenditori da tutto il mondo, da 60 anni resta avvolta in un alone di mistero e costituisce sin dalla sua nascita una minaccia alla liberta' di stampa

La piantina ottenuta dalle fonti mostra come l'entrata sul retro sia completamente inaccessibile, in parte per via dei numerosi check point delle forze di polizia, ma anche per il divieto di transito per i passanti imposto nella strada adiacente. 

E' plausibile che i membri del Club di Bilderberg verranno fatti entrare da li'. Cosi' facendo saranno certi di evitare di doversi confrontare con le grida dei manifestanti e con l'obiettivo delle telecamere. 

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Il dollaro costituisce tuttora il 62% dei depositi in valuta estera delle banche centrali. Ma il trend sta cambiando. Lo dimostrano le scelte commerciali delle aziende. Predominio minacciato dafranco, yen e yuan.
 
 
NEW YORK (wsi) - Continua senza sosta l'erosione di valore del biglietto verde, di pari passo con il calo della percentuale di scambi commerciali in cui il dollaro americano viene utilizzato.


La divisa un tempo numero uno indiscussa delle transazioni e la valuta preferita delle banche centrali e' ancora in pole position, ma le transazioni delle aziende internazionali raccontano un'altra storia, rivelatrice di una tendenza pericolosa per il biglietto verde. 

I dati raccolti dal Fondo Monetario Internazionale mostrano come le societa' piu' importanti al mondo siano ormai pronte per fare il grande passo e passare a un'altra valuta. Il tutto mentre il biglietto verde continua ad accusare cali in Borsa, accusando la perdita piu' grave nell'arco di due sedute degli ultimi 19 mesi

Il dollaro costituisce tuttora il 62% dei depositiin valuta estera delle banche centrali mondiali. Ma deve vedersela con l'agguerrita concorrenza delle divise asiatiche piu' 'potenti', come yen e yuan. 

Non deve sorprende che anche il franco svizzero rappresenti una minaccia per il predominio del dollaro sul versante dell'offerta di moneta nelle transazioni internazionali. 

I depositi in valuta estera sono pari a $6 mila miliardi e il dollaro e' rappresentato per quasi due terzi di tale somma. 

Il fatto che Brasile e Cina abbiano appena firmato un accordo di scambio valutario del valore di 30 miliardi di dollari, dimostra che il dollaro potrebbere essere vicino al tramonto. 

In particolare se in futuro l'economia di Pechino si comportera' meglio delle aspettative. Se gli Usa saranno scalzati dal primo gradino del podio che mette in fila le maggiori potenze economiche mondiali, anche lo yuan prendera' il posto del dollaro. E' inevitabile. 

Non siamo ancora arrivati a questo punto, tuttavia. Perche' la sua valuta diventi la moneta di riferimento la Cina dovra' produrre enormi quantita' di quello che il mondo cerca e vuole. 

A quel punto gli stati che detengono yuan dovranno spenderlo in altri paesi o trovare un posto dove metterlo mentre aspettano di utilizzare quei soldi. 

I mercati finanziari sono per il 40% in dollari, il che significa che non c'e' possibilita' di utilizzare la divisa cinese Ma per quello e' solo una questione di tempo. 

Secondo un numero sempre maggiore di analisti, quel momento arrivera' piu' presto di quanto si possa immaginare, sancendo la fine del dollaro come valuta di riferimento. 

Sono passati ormai quasi 70 anni da quando i rappresentanti di 44 nazioni alleate hanno firmato gli accordi di Bretton Woods al tramonto della Seconda Guerra Mondiale. Da allora il mondo e gli equilibri commerciali sono cambiati enormemente. 

Se quella riunione si fosse tenuta oggi, per sbloccare i controlli sul tasso di cambio e le barriere commerciali che avevano innescato il disastro economico degli Anni 30, i delegati avrebbero scelto come divisa di riferimento per gli scambi una tra yuan, yen e franco svizzero. Non certo il dollaro.

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Giornata piena di dati macro alle ore 14.30 (ora italiana): vendite delle case ai massimi da tre anni. Rivisto al ribasso a +2,4% Pil del primo trimestre. Il presidente della Fed di Boston, Eric Rosengren: "Prematuro parlare di exit strategy"
 
 

NEW YORK (wsi)- Seduta in rialzo per Wall Street che si prepara a chiudere il primo maggio dal 2009 con il segno piu', spinta dalle speranze che il passo ancora lento della ripresa economica convinca i banchieri centrali della necessita' di proseguire con la manovra di stimolo. A fine seduta, il Dow Jones ha segnato un rialzo dello 0,15% a 15,325, il Nasdaq ha guadagnato lo 0,68% mentre lo S&P 500 ha messo a segno un aumento dello 0,34% a 1.654 punti. 

Il petrolio ha chiuso la seduta in rialzo: i future a luglio hanno guadagnato 48 centesimi a 93,61 dollari il barile. Nel frattempo, i titoli di Stato americani proseguono positivi con rendimenti in calo al 2,01% per il bond decennale, benchmark del settore e al 3,17% per il bond trentennale. Sui mercati valutari, l'euro avanza a 1,3046 dollari mentre il biglietto verde arretra a 100,95 yen.

La seduta è stata ricca di dati macro. Si parte con la seconda lettura del Pil Usa del primo trimestre, rivista a +2,4% annualizzato contro il +2,5% precedentemente stimato

Salgono invece più delle attese a quota 354 mila le richieste settimanali dei sussidi di disoccupazione 

Notizie positive sono nel frattempo arrivate sul fronte immobiliare. Nel mese di aprile, secondo quanto ha reso noto l'associazione di settore, la National Association of Realtors le vendite di case con contratti in corso sono salite negli Stati Uniti +0,3% su base mensile, e +10,3% su base annua, attestandosi al record in tre anni

"Il fattore principale negli Stati Uniti è il mercato immobiliare, che si sta rafforzando - ha commentato in una intervista rilasciata a Bloomberg Patrick Spencer, responsabile della divisione di vendite di titoli azionari Usa presso Robert W. Baird & Co, a Londra - I prezzi delle case, i permessi di costruzione, le vendite, stanno aumentando e i cittadini si sentono più ricchi. L'effetto ricchezza sta iniziando a farsi sentire".

Spencer ritiene poi che "Bernanke è stato frainteso", riferendosi ai commenti che il numero uno della Fed ha rilasciato riguardo alla possibilità che la Fed riduca troppo presto gli acquisti di titoli di stato Usa, tagliando dunque la portata del suo quantitative easing

Bernanke "ha detto che inizierà a tagliare gli acquisti soltanto se e quando i fondamentali economici si mostreranno sostenibili", ha fatto notare Spencer. Come dire: i mercati potranno contare sulla liquidità-droga ancora per molto. 

Intanto, in merito ai tempi di uscita della politica monetaria accomodante della Federal Reserve, oggi i presidente della Fed di Boston, Eric Rosengren, , ha fatto sapere che il mercato del lavoro e l'economia nel suo complesso sono abbastanza forti da consentire alla Banca Centrale Americana di ridurre l’acquisto mensile di bond. Ma che al momento è ancora prematuro parlare di exit strategy.

Focus su alcuni giudizi arrivati nelle ultime ore dal mondo dell'alta finanza. Goldman Sachsriprende il vecchio detto "keep calm, carry on", consigliando agli investitori di rimanere calmi e di continuare a comprare sui mercati azionari. 

Dall'altro lato, timori per le condizioni di salute del mercato dei Treasuries, dove il recente sell off confermerebbe una imminente esplosione della bolla speculativa

Tra i titoli, focus su Alcoa, che perde terreno a causa del downgrade di Moody's. Il rating del colosso dell'alluminio è stato portato a spazzatura.

Balzo per Clearwire, +19% a $4,15, dopo la decisione di Dish Network di alzare l'offerta di acquisto a $4,40 per azione. 

NV Energy +24%, dopo che MidAmerican Energy, controllata di Berkshire Hathaway di Warren Buffett, ha deciso di acquistare la utility per $23,75 per azione, in contanti. 

In ambito valutario, l’euro +0,05% a $1,2945; dollaro/yen +0,60% a JPY 101,74; euro/yen +0,62% a JPY 131,70. 

Riguardo alle commodities, i futures sul petrolio -0,64% a $92,53 al barile, oro +0,50% a $1.398,20.

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Il dibattito è aperto e una banca americana afferma che questa volta, il sell-off che ha preso di mira i bond Usa, "è reale". Grafico: tassi decennali in relazione allo S&P 500 negli ultimi 222 anni.
 
 
 

NEW YORK (wsi) - E' dall'inizio del 2013 che l'avvertimento risuona nei corridoi delle sedi dell'alta finanza mondiale. Il mercato dei Treasury è ormai in una fase di bolla. Ora, tale fase sembra essere conclamata, come dimostrano i recenti sell off che stanno colpendo i titoli di stato americani. Non solo: la bolla speculativa sta per esplodere.

Gli stessi El Erian e Bill Gross, guru di Pimco avevano consigliato agli investitori di stare alla larga sia dai bond societari che dai Treasuries. Le ultime settimane hanno dato ragione al fondo obbligazionario numero uno al mondo. 

Dopo il forte rally iniziato alla metà di marzo - condizionato anche dal timore in tutto il mondo di assistere ad altri prelievi forzosi, a seguito del caso Cipro, i Treasuries hanno praticamente azzerato quasi tutti i guadagni. 

Il risultato è che i rendimenti si attestano al massimo in più di un anno. Poche ore fa i tassi sui Treasuries a 10 anni sono balzati al 2,23%.

Il dibattito è aperto e Goldman Sachs afferma che questa volta, il sell-off che ha preso di mira i bond Usa, "è reale". Un altro fattore che sicuramente fa riflettere è il forte balzo dei volumi scambiati sul mercato. Ieri, i volumi di trading scambiati sul mercato dei futures del Chicago Mercantile Exchange hanno testato infatti il massimo di tutti i tempi. 

"Il complesso dei Treasury del CME Group - si legge nella nota del CME - ha assistito a volumi record nella sessione di ieri riguardo ai futures sui titoli a 10 anni (4.216.687), ai futures e alle opzioni sui Treasuries a 5 anni (2.994.162) e ai futures e alle opzioni sui Treasuries a 2 anni (2.994.162).

Per avere un'idea del movimento dei Treasuries, indicativo è il grafico fornito da Global Financial Data, che mostra la performance dei rendimenti dei Treasuries decennali degli ultimi 222 anni, ovvero a partire dal 1791; nel grafico, si può individuare il rialzo dei tassi nell'ultimo anno, così come anche nel secondo grafico allegato.

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Per Edward Altman, professore della New York University, il 25% delle imprese greche avrà una probabilità superiore al 47% di fallire.
 

ROMA (wsi) - Gli economisti ci hanno raccontato che il peggio è alle spalle. Le Borse ci hanno creduto. Eppure l'economia reale su entrambe le sponde dell'Atlantico stenta. Meglio non cullarsi in facili illusioni. "L'incubo debito sovrano resta la preoccupazione numero uno degli investitori, mentre il mercato delle obbligazioni societarie era stato relativamente buono dal 2008 al 2009". 

A dirlo è Edward Altman, uno dei massimi esperti mondiali del rischio di credito

Professore di finanza alla New York University Stern School of Business, direttore di Brain & Co, osservatorio sull’economia globale e consulente di numerosi gruppi finanziari mondiali, Altman non esita ad ammettere di essere fortemente preoccupato.

A nutrire i suoi dubbi sono le dimensioni che hanno assunto il bilancio della Federal Reserve, la politica monetaria e la reale capacità della Banca centrale americana di monitorare il tasso di crescita dell'economia reale da un lato e dall'altro la capacità di apertura da parte delle banche statunitensi a concedere prestiti. 

A suo avviso gli investitori dovrebbero chiedersi quanto tempo ancora il presidente della Fed, Ben Bernanke possa fare leva sulla strategia accomodante prima di innescare una risposta chiara dei mercati azionari. Il riferimento è a quello che successe nel 2006 e 2007 quando il mercato credito fece boom. 

"Come allora - ha ravvisato l'esperto - le banche sono tornate a concedere prestiti oggi, ma chi accende un mutuo deve essere consapevole che lo fa assumendosi ancora più rischi di allora, a causa del basso livello dei tassi di interesse". 

Tutto gira attorno alla percezione del rischio, che secondo Altman, è decisamente offuscata. "Ad esempio - spiega - il 2009 è stato l'anno dell'anomalia, in cui hanno convissuto incredibilmente alti spread e alte aspettative di default nel mercato delle obbligazioni societarie ma allo stesso tempo i ritorni erano su livelli record". Di fatto, nel 2009 i casi di default furono l'11%, al secondo tasso più alto della storia, meno comunque dei rischi più elevati di default che erano stati pronosticati dai mercati (Altman parlava di un tasso al 14%, Moody's al 20%). 

"A causa di questa errata percezione del rischio, il tasso medio di ritorno per le obbligazioni high yield fu del 60% nel 2009, quello del debito distressed al 90%, mentre un portafoglio composto da bond in default aveva guadagnato più del 100%". 

Per il prossimo anno Altman ha calcolato un rischio di insolvenza intorno al 2,8%, ma ha anche aggiunto che potrebbe essere più alto, perché "i suoi modelli non includono la liquidità senza precedenti che la Fed sta pompando nel sistema". 

"Quello che gli investitori devono considerare - denuncia nella sua analisi - è che negli Stati Uniti oggi, anche le aziende di non grandi dimensioni stanno accedendo a prestiti a tassi bassi. In Europa questo non succede in quanto le banche sono restie a concederli. Così facendo le aziende sono costrette a emettere bond, che è un altro motivo di preoccupazione". Inoltre, se in passato chi investiva lo faceva tenendo conto dei dati macro per valutare il rischio fallimento in un Paese, adesso questa assunzione è saltata. 

Altam suggerisce infatti di monitorare anche la salute del settore privato in quanto le aziende più sane aiutano a sostenere il debito pubblico e contribuiscono al benessere di un Paese. In una analisi al 30 giugno 2012, l'economista ha calcolato che nei prossimi cinque anni il 25% delle società greche ha una probabilità di fallire dal 47% in su. Percentuale che scende intorno al 32% per quelle portoghesi, al 25% per quelle spagnole e italiane. E' di appena l'11,2% per il 25% dei gruppi americani. E ancora del 9,7% per le australiane. Ma la vera sorpresa si trova in Irlanda, dove la probabilità di fallimento fra le società è di appena il 7,3%. Si tratta del più basso tasso che si riscontri nel settore privato. 

"Rispetto al 2008 è cambiato poco in quanto - segnala ancora il professore americano - il mercato dei CDS indica che il debito sovrano europeo dei Periferici sta diventando meno rischioso, mentre se ci si basa su un parametri diversi basandosi sul settore privato si arriva a una conclusione diametralmente opposta". Secondo Altman è chiaro che tutti questi paesi europei non hanno curato i loro fondamentali e oggi le prospettive di una ripresa sono lontane, soprattutto in considerazione di un euro forte e di una mancanza di riforme sul mercato del lavoro sempre più necessarie.

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