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È la teoria di Lakshman Achuthan, economista contrarian, secondo cui il Pil è in contrazione dal 2012. Peggio del Giappone Anni 90.

 

 
NEW YORK (wsi) - La ripresa americana? Tutta una finzione. Lakshman Achuthan, tra i più noti economisti contrarian, capo dell’Economic Cycle Research Institute (ECRI) non cambia idea sullo stato di salute dell’economia a stelle e strisce. E in un’intervista a Bloomberg ribadisce la sua posizione: "Da metà 2012, gli Stati Uniti sono entrati in recessione".

Secondo Achutan, prima che le statistiche alzino il velo sullo stato di recessione, passano circa due anni. A sostegno della sua ipotesi, l’esperto invita a prendere in considerazione due elementi.

Prima di tutto l’atteggiamento della Fed. "La Banca centrale americana non manterrebbe la sua politica monetaria ultra-accomodante, se non fosse convinta che l’economia americana è malata".

Secondo elemento non meno importante, "non è possibile non tener conto che dall’inizio della ripresa sono circa un milione gli americani tra 35-54 anni che hanno perso quasi un milione di posti di lavoro". In pratica - conclude l'economista - la fascia che produce e spende di più. 
 

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                                                      Fabrice Tourre.
 
 
 
Frode sui mutui costata $1 miliardo ai clienti. Si tratta del processo a più alto profilo mai condotto prima sulle cause della crisi subprime.
 
NEW YORK (wsi) - Incriminata per una frode da un miliardo di dollari sui mutui l'ex stella del trading di Goldman Sachs, che ora rischia una multa salata e l'interdizione dall'industria finanziaria.

Il tribunale di New York ha stabilito che Fabrice Tourre, 34 anni, ingannò gli investitori all'alba della crisi subprime. La Sec, l'autorità di controlo dei mercati Usa, si dice 'gratificata' dalla sentenza, che ha ritenuto l'accusato colpevole di sei capi d'accusa.

I giudici sperano che il processo a New York possa fare anche luce sulle cause che hanno provocato la crisi finanziaria di sei anni fa che poi ha contagiato anche l'Europa. 

Da quando sono partite le indagini della Consob Usa, sugli eventi che hanno portato alla crisi del 2008, si tratta del processo a più alto profilo mai condotto finora.

Secondo l'accusa il trader ha convinto i suoi clienti a investire nei famigerati 2007-AC1, titoli legati a mutui rischiosi che si sono rivelati insolventi.

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Secondo l'ex chief economist Jurgen Stark, dimessosi nel 2011 per una disputa sull'acquisto di Bond, "la crisi peggiorerà in autunno".

 
BERLINO (wsi) - L'ex chief economist della Bce Jurgen Stark ritiene inammissibile e deleterio che Mario Draghi possa fare tutto quanto in suo possesso per salvare l'euro, come ha annunciato un anno fa. 

Tuttavia, il timore del membro del consiglio direttivo fino al 2011, dimessosi proprio per una disputa sulla possibilità di un programma di acquisto di titoli di stato dei paesi più in difficoltà, è che presto l'istituto di Francoforte si vedrà costretto ad aiutare la Francia acquistando suoi titoli di Stato.

"Penso che la crisi si aggraverà a fine autunno. Stiamo entrando in una nuova fase nella gestione della crisi", ha detto l'economista tedesco al quotidiano Handelsblatt.

Dopo le elezioni in Germania di fine settembre, la situazione francese aumenterà la pressione sulla Bce e su Berlino. 

In realtà il programma di acquisto dei Bond dei paesi membri finanziarimente più fragili (OMT) dovrebbe essere usato per la Spagna e l'Italia. "La pressione per usare lo strumento sarà enorme in Francia. E senza di quello il Paese dovrà essere aiutato". 

Un anno fa il numero uno della Bce, Draghi ha annunciato a Londra che avrebbe "fatto di tutto per salvare l'euro". Qualche settimana dopo, in un affronto alla Bundesbank e ai falchi del Consiglio e alle nazioni teutoniche dell'area della moneta unica ha poi presentato un piano per l'acquisto di bond dei paesi cicala in casi di emergenza.
 

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Per combattere sistema bancario ombra Fed vuole imporre aumenti di capitale a chi si rivolge almercato da $2,6 trilioni dei pronti contro termine
 
NEW YORK (wsi) - Attenzione ai pronti contro termine. A mettere in guardia l’industria dei fondi Usa, un mercato da 2.600 miliardi di dollari, ci hanno pensato diverse Authority Usa che in questi ultimi mesi hanno alzato la soglia di attenzione sul cosiddetto sistema bancario ombra, ovvero un mercato non regolamentato che i grandi istituti finanziari utilizzano per finanziare le proprie attività.


In un contratto di pronti contro termine, un fondo acquista un titolo da una banca, che a sua volta si impegna a ricomprarlo una volta trascorso un periodo di tempo stabilito, di solito non più di un mese mesi. In questo modo, la banca recupera liquidità in tempi rapidi. La terza parte può essere la banca di compensazione.

Nelle linee guida per i fondi rilasciate dalla Securities and Exchange Commission lo scorso 17 luglio, si legge proprio questo tra le righe: un avvertimento contro i rischi che potrebbero derivare da un eventuale collasso dei pronti contro termine.

Più in dettaglio Sec sollecita fondi e consiglieri a rivedere la documentazione relativa ai contratti di pronti contro termine per verificare se sono previste procedure per la gestione i casi di default e, se necessario, predisporre in anticipo simili procedure. La Sec inoltre chiede ai fondi di considerare gli aspetti operativi e di esaminare i possibili nodi legali che potrebbero sorgere in caso di insolvenza.

Non solo. Anche la Federal Reserve sta studiando una nuora regolamentazione che imponga alle banche d’affari che si rivolgono al mercato dei pronti contro termine di aumentare il capitale.

Nel 2008, il crollo di Lehman Brothers ha fatto emergere la debolezza sistemica del mercato dei prestiti a breve termine. Gli investitori in preda al panico si sono precipitati a prelevare i propri depositi dal Reserve Primary Fund (uno dei principali fondi monetari Usa), dopo aver appreso che il Fondo era esposto verso Lehman Brothers. 

Alla fine il governo degli Stati Uniti è stato costretto a creare un programma temporaneo per garantire i fondi monetari. Nonostante lo shock, la legge Dodd Frank del 2010 non ha toccato i pronti contro termine. Anche per questo il Financial Stability Oversight Council, un organo dei regolatori presieduto dal segretario al Tesoro, ha più volte invocato regolamentazioni specifiche, mettendo in guardia sui possibili rischi emergenti dal settore.

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Ma il mondo non deve saperlo. Per questo, orchestrata operazione per compromettere domanda.

NEW YORK (wsi) - I banchieri centrali hanno pianificato da tempo il crollo del valore dell'oro, con l'obiettivo di poter poi approfittare dei prezzi di favore e tornare a riempire le proprie casseforti di lingotti.


È la tesi del gestore Eric Sprott, secondo cui i banchieri dell'Occidente sono rimasti senza più lingotti nei forzieri. Siccome il mondo non può e non deve saperlo, hanno orchestrato una maxi operazione per compromettere la domanda.

Ecco come: in un primo momento i broker e le banche commerciali occidentali hanno consigliato ai clienti di vendere oro. Gli stessi istituti hanno ricoperto le loro posizioni 'corte' ribassiste sul mercato del COMEX

Quando l'offerta per l'indice di riferimento sui prezzi del metallo prezioso e' salita, le dichiarazioni circa una riduzione della portata delle misure di allentamento monetario da parte dei timonieri degli istituti centrali hanno fatto il resto, facendo calare le quotazioni. Anche l'India con le sue misure ha contribuito a ridurre la domanda fisica di lingotti. 

Come conseguenza, gli speculatori come i fondi hedge hanno aperto una valanga di posizioni short, i mercati dei futures sul metallo hanno accusato il colpo e le scorte di lingotti sono ai minimi assoluti. 

Conclusione: e' stata orchestrata un'operazione globale con il proposito di aumentare l'offerta e tenere bassi i livelli di domanda. Ma ora le banche centrali non hanno piu' munizioni per abbattere ulteriormente il prezzo dell'oro. 

Secondo il gestore di Sprott Asset Management, dopo una lunga pausa - i prezzi sono calati nettamente negli ultimi mesi - il mercato rialzista secolare del metallo prezioso, bene rifugio per eccellenza, e' destinato a continuare. 

Tenuto conto dell'ancora ottima domanda di lingotti e della carenza sul fronte dell'offerta, all'asset manager Sprott pare chiaro che dietro al tracollo momentaneo dell'oro ci sia stato lo zampino delle banche centrali occidentali.

Hanno inondato il Compex (il mercato non fisico di oro) per poi rastrellare lingotti dalle altre fonti disponibili a prezzi bassi. È la dimostrazione evidente che le banche centrali sono a corto di oro.

Da inizio anno e ben prima del crollo dei prezzi di aprile, uno dei maggiori indicatori dell'andamento del valore dell'oro fisico, il Gold trust, ha subito un calo, dovuto al riscatto di oltre 300 tonnellate di oro, mentre la produzione mineraria (escluse Russia e Cina) e' di circa 2.300 tonnellate l'anno.

Se il mondo lo scoprisse, osserva il manager con più di 40 anni di esperienza nel campo degli investimenti, sarebbe una catastrofe. Per scongiurare il pericolo, l'unica opzione rimasta ai banchieri e' stata quella di causare un abbattimento della domanda di oro in un lasso di tempo molto breve.

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                                                Il fallimento più grande mai subìto da una municipalità nella storia americana.
 
(wsi) - Non ce l'ha fatta il commissario straordinario che aveva gestito la bancarotta di Chrysler.

La città di Detroit, sede delle tre grandi case automobilistiche americane (Gm, Ford e Chrysler), ha presentato la richiesta di bancarotta. Si tratta - sottolinea la stampa Usa - della richiesta fallimentare più grande mai presentata da una municipalità nella storia americana.

La richiesta al giudice federale di accedere al Chapter 9 - che regola la bancarotta delle municipalità che possono chiedere assistenza per ristrutturare i propri debiti - è stata avanzata dal commissario straordinario di Detroit, Kevyn Orr, che ha dichiarato lo stato di insolvenza della città. 

Ed è stata poi approvata dal governatore del Michigan, Rick Snyder. 

Se definitivamente approvata, la domanda permetterà al commissario straordinario di liquidare gli asset della città per soddisfare i creditori.

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Il motore dell'economia mondiale si sta inceppando. Per noi occidentali, un tasso di crescita del 7,5% è una utopia. Ma per Pechino - e per il mondo - i numeri non sono affatto positivi. E potrebbero peggiorare.
 
 ROMA (wsi) - "Il rallentamento della Cina ha un impatto globale". E' con quest'articolo che il Wall Street Journal commenta il trend dell'economia cinese, che nel secondo trimestre del 2013, ha rallentato il passo, segnando una crescita di appena il 7,5%, contro il 7,7% precedente. Il tasso si allinea alle previsioni del governo per l'intero 2013 che, se fossero confermate, indicherebbero che la Cina sta crescendo al ritmo più basso dal 1990.


E alcuni economisti temono che il paese sia destinato a rallentare ancora. Certo, per noi occidentali, una crescita del prodotto interno lordo del 7,5% appare una utopia. In Italia, sicuramente, è un vero e proprio miraggio, in tempi di forte recessione. La Cina, seconda economia al mondo, è stata però il traino della congiuntura globale negli ultimi anni.

Le ripercussioni di un suo indebolimento non possono di conseguenza lasciare indifferente il mondo intero. Maruli Sitorus, 40 anni, proprietario di una piantagione di olio di palma nel nord di Sumatra, in Indonesia, ammette che i suoi profitti si sono dimezzati nel corso dell'ultimo anno, dal momento che i prezzi della materia prima - utilizzati per cuocere cibo ma anche per i carburanti - sono crollati. "Chiaramente, ha inciso la debolezza della domanda da parte della Cina". 

Pechino fa fronte a diversi problemi: gli stessi economisti del governo non utilizzano più toni celebrativi e temono una vera e propria crisi finanziaria. Per non parlare dei debiti che stanno mettendo ko il tessuto imprenditoriale 

Il Wsj riporta uno studio di S&P secondo cui il 90% delle maggiori aziende cinesi quest'anno taglierà per la prima volta gli investimenti. E incalza anche lo Spiegel: "Una crisi della crescita cinese avrebbe conseguenze su tutto il mondo. Per le aziende tedesche il paese è un fondamentale mercato di esportazione", scrive, riferendosi soprattutto al settore dell'auto.

Nella giornata di oggi il Pil non è stato l'unica nota dolente della Cina: resa nota anche la produzione industriale, che a giugno è cresciuta dell'8,9% su base annua, contro il +9,1% atteso e meno del +9,2% di maggio. Lievemente deludenti anche gli investimenti in asset fissi, in aumento del 20,1% nel primo semestre del 2013, contro l'attesa del 20,2%. 

Bene le spese per consumi, con le vendite retail che hanno accelerato il passo al 13,3% a giugno, contro il 12,9% di maggio. Ma per le famiglie residenti in città il reddito disponibile è sceso sempre nel primo semestre al 6,5%, in calo rispetto al +9,7% della prima metà del 2012. 

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NEW YORK (wsi) - La scure di Standard & Poor's si abbatte sull'Italia. L'agenzia di rating taglia il rating a "BBB" dal precedente "BBB+" con outlook negativo e in una nota motiva la sua decisione, affermando "che c'è almeno una chance su tre che il rating possa essere ridotto ancora nel 2013 o nel 2014" e prevedendo una contrazione del Pil -1,9% per quest'anno e un debito al 129% alla fine del 2013.

"L'azione di rating riflette la nostra visione di un ulteriore peggioramento dell'economia in Italia con le prospettive di crescita reale dell'ultimo decennio di meno dello 0,04% di media". 

Secondo S&P, "la bassa crescita deriva in gran parte dalla rigidità in Italia del mercato del lavoro e dei prodotti".

Inoltre, "nel 2013 gli obiettivi di bilancio in Italia sono potenzialmente a rischio per il differente approccio nella coalizione di governo" per coprire un disavanzo "frutto della sospensione dell'Imu e del possibile ritardo del pianificato aumento dell'Iva". 

"Chi pensa che sia tutto superato sbaglia. L'Italia resta un sorvegliato speciale". E' il commento del premier Enrico Letta, durante la registrazione di un'intervista per Ballaro'.

Fonti del Tesoro riferiscono intanto all'Ansa che la scelta dell'agenzia Standard & Poor's di abbassare il rating dell'Italia è già superata dai fatti, ha uno sguardo retrospettivo e non tiene conto delle misure più recenti prese dal governo.

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   Thomas Mayer, economista tedesco, senior adviser di Deutsche Bank.

 

Auspicabile ritorno al Trattato di Maastricht. Helsinki vuole solo una cosa: proteggersi dalla Russia. Se l'euro dovesse indebolirsi il turno della Germania potrebbe arrivare con le elezioni del 2017.

NEW YORK (wsi) - Il progetto dell'area euro dovrebbe ritornare alla sua versione originale, al Trattato di Maastricht.

Altrimenti la Finlandia e gli altri Stati membri "teutonici" e finanziariamente più solidi tenderanno a tornare alle valute nazionali. 

Una sempre maggiore politicizzazione convincerà i paesi "forti" ad abbandonare la moneta unica. Ne è convinto il chief economist di Deutsche Bank, Thomas Mayer.

Il rischio è che molti paesi vogliano una moneta più forte e se non verranno accontentati se ne andranno", ha dichiarato il consulente senior della banca al quotidiano svedese Dagens Industri.

Il paese che ha raggiunto il limite di sopportazione è la Finlandia. "Non partecipa più del tutto ai piani di aiuto e chiede sempre una garanzia collaterale per tutti i soldi che concede in prestito". 

Helsinki vuole proteggersi dala Russia ma "l'euro è il club sbagliato per farlo", pertanto il paese scandinavo ha tutt'un altro approccio nei confronti della moneta unica. 

La Germania da parte sua se ne andrebbe se l'euro dovesse venire indebolito dai paesi più fragili. "Non ora, ma nelle elezioni del 2017 la questione potrebbe essere posta a livello politico", ha osservato Mayer che si trova a Almedalen per un dibattito con Peter Norman sull'euro.

"Se fossi un consulente coniugale direi che il matrimonio dell'euro ha dei problemi e che il modo con cui i partner hanno deciso di collaborare non funzionerà. Dovrebbero fare un passo indietro e tornare alle promesse originali per la creazione di una base sicura".

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Downgrade di Standard & Poor’s per i tre colossi del credito. Le nuove regole bancarie e "condizioni di mercato incerto" minacciano il business. Alert sui bond bancari.
 

NEW YORK (wsi) - I tre colossi del credito Barclays, Deutsche Bank e Credit Suisse hanno subito un downgrade dall'agenzia Standard & Poor’s

Le nuove regole bancarie e "condizioni di mercato incerto" minacciano il loro business.

Il rating sul debito a lungo termine delle tre banche è stato tagliato ad "A" da "A+". Contestualmente, l'agenzia di valutazione ha confermato il giudizio a breve termine ad "A-1" e a lungo termine "A" di Ubs. L'outlook per tutti gli istituti è stabile. 

"Riteniamo che gli obbligazionisti di queste tre banche facciano fronte a un aumento dei rischi sul credito, a causa delle regole più severe del settore, dei mercati globali fragili, delle economie stagnanti dell'Europa e dell'aumento del rischio che affrontino cause legali a seguito della crisi finanziaria", ha scritto S&P.

La scorsa settimana il rischio sui bond di Credit Suisse e Barclays è balzato al record di quest'anno. Di fatto, i credit default swap a cinque anni che assicurano il debito di Credit Suisse dal rischio di default è balzato lo scorso 24 giugno a 135 punti base, al massimo da ottobre, mentre i contratti su Barclays sono saliti a 177,7, al record da novembre. I cds su Deutsche Bank sono cresciuti a 129,7 lo stesso giorno, al massimo da marzo.

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