Diego Falcinelli

Diego Falcinelli

Martedì, 18 Giugno 2013 15:15

Draghi: aperti a misure non convenzionali

 
E' quanto ha riferimento il numero uno dell'Eurotower, stando a un messaggio twitter pubblicato sul sito di Bloomberg. Sorprese in vista dopo il nulla di fatto dell'ultimo meeting?
 

ROMA (wsi) - "La Bce è aperta verso la possibilità di adottare misure di politica monetaria non convenzionali". E' quanto ha detto il numero uno dell'Eurotower, Mario Draghi, stando a quanto ha riportato Bloomberg.

"Guarderemo in modo aperto a quelle misure che sono specialmente efficaci e che rientrano all'interno del nostro mandato - ha detto, in un discorso proferito a Gerusalemme - Alcune di queste misure potrebbero avere conseguenze non desiderate; ciò non significa che non dovrebbero essere utilizzate, ma significa più che altro che dobbiamo essere consapevoli delle loro conseguenze e gestirle in modo appropriato". 

Continuando: "ci sono numerose altre misure - sia convenzionali che non - che possiamo adottare e le adotteremo se le circostanze lo richiederanno". 

Il numero uno di Eurotower ha detto che la domanda domestica dell'Eurozona dovrebbe beneficiare comunque dalla politica monetaria della Bce, così come dall'inflazione più bassa. I dati recenti mostrano "qualche miglioramento, ma da bassi livelli", ha precisato, riguardo ai fondamentali dell'economia. 

"Guardando in avanti, moniteremo molto attentamente tutte le informazioni che arriveranno sugli sviluppi economici e monetari e ci terremo pronti ad agire se necessario".

 

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Completamente fuori controllo il sistema bancario collaterale. La crescita alimentata dalle attivita' creditizie esplodara'. Scenario alternativo: deflazione alla giapponese.

 

NEW YORK (wsi) - In Cina il credito ha raggiunto picchi mai visti prima nella storia moderna. La rete di intermediari finanziari non tradizionali come fondi speculativi e veicoli di investimento non strutturati e' ormai completamente fuori controllo


I debitori fanno fatica a ottenere rifinanziamenti dei prestiti a breve termine e la crisi e' cosi' grave che Pechino difficilmente riuscira' a mettere un freno agli eccessi del sistema bancario ombra.

"La crescita drogata dalle attivita' di credito non reggera' e il problema di una sovracapacita' strutturale potrebbe provocare una deflazione alla giapponese". Questo l'avvertimento del direttore dell'agenzia di rating Fitch a Pechino, Charlene Chu.

Nelle dichiarazioni rilasciate al Telegraph, l'analista ha osservato che "non c'e' alcuna trasparenza nel sistema bancario correlato e il rischio di una crisi sistemica sta aumentando progresivamente. "Non sappiamo chi sono i debitori, chi sono i creditori e quale e' la reale qualita' degli asset".

I prestiti a rischio pignormaneto delle banche rappresentano solo l'1%, ma i dati ufficiali nascondono una verita' scomoda. I fondi pensione, quelli offshore e speculativi, cosi' come altri veicoli di investimento irregolari costituiscono oltre la meta' del nuovo credito. 

"Cio' significa che gran parte dell'espozione del sistema bancario all'immobiliare non e' messa a registro come mutui o prestiti immobiliare".

I cosidetti prestiti "trust" sono aumentati di ben stette volte a inizio 2013 facendo suonare alle autorita' di controllo campanelli d'allarme circa la possibilita' crescente di un default. I 'trust loans' sono balzati del 679% a 264 miliardi di yuan (42 miliardi di dollari) a gennaio rispetto a un anno prima.

A Quingdao, Ordos, Jilin e non solo, si sono iniziati a verificare gia' i primi problemi in un settore, quello del sistema bancario ombra, che vale 1.400 miliardi di dollari. 

Ora il rischio per Pechino e' di incorrere in una crisi alla Lehman o in uno scenario deflativo alla giapponese. "Le attivita' di credito sono aumentate da $9 mila miliardi a 23 mila dalla crisi subprime. "Nel giro di cinque anni hanno replicato per intero il sistema bancario commerciale Usa".

 

E il primo paese avanzato il cui status è stato rivisto al ribasso, dopo che l'indice azionario è crollato -83% dal 2007.

 
NEW YORK (wsi) - La Grecia è il primo paese avanzato il cui status è stato tagliato a quello di mercato emergente, dopo che l'indice azionarioè crollato -83% dal 2007. E' la decisione che ha preso MCI Inc, stando a quanto riporta Bloomberg. Secondo la società newyorchese, che stila indici azionari di tutto il mondo, Atene non è riuscita a centrare gli obiettivi relativi alle operazioni di short selling e di trasferimento degli asset, così come non è riuscita a seguire le regole che disciplinano il ricorso ai crediti e l'erogazione dei prestiti. 

Contestualmente, MSCI ha elevato il livello degli Emirati Arabi Uniti e del Qatar a mercati emergenti, confermando lo stesso status per la Corea del Sud e Taiwan. 

"Il downgrade della Grecia è un segnale che la crisi in Europa è lontana dall'essersi conclusa", ha commentato in una intervista a Bloomberg Peter Sorrentino, gestore di Huntington Asset Advisors a Cincinnati. 

MSCI aveva rivisto al rialzo il rating della Grecia a mercato avanzato nel 2001. Ma l'incidenza delle società greche nel MSCI World Index è crollata allo 0,01% dallo 0,16% del maggio del 2010, stando ai dati compilati da Bloomberg. 

Anche Russell Investment ha comunicato a marzo che rivedrò al rialzo lo status del mercato greco da avanzato a emergente, causa i rischi operativi dell'azionario.

La borsa di Atene ha perso questa settimana -9,2%; l'indice ha segnato invece un rally sorprendente +88% dal 5 giugno del 2012, dopo che il primo ministro Antonis Samaras ha formato una coalizione di governo e il presidente della Bce Mario Draghi ha affermato che avrebbe fatto qualsiasi cosa per salvare l'euro.

 

Tutta colpa dei debiti troppo alti a livello mondiale, che aumentano la probabilità del ritorno delle spinte recessive. Su quali azioni e bond puntare.

 
NEW YORK (wsi) - L'elevato livello dei debiti ha aumentato il rischio di una recessione globale nei prossimi tre-cinque anni a una percentuale superiore al 60%. E' quanto prevede Pimco, ilfondo obbligazionario numero uno al mondo.

Pimco ha spiegato che di norma l'economia globale attraversa periodi di recessione ogni sei anni, ma che la frequenza tende ad aumentare in presenza di alti debiti, così come tende a diminuire quando i conti pubblici si rivelano più solidi. 

"Considerato che l'ultima recessione globale si è verificata quattro anni fa, e visto anche che l'economia mondiale è indebitata soprattutto oggi rispetto a quanto lo fosse quattro anni fa, crediamo che ci sia una probabilità superiore al 60% che nei prossimi tre-cinque anni torneremo in recessione", ha scritto Saumil H. Parikh, gestore di portafoglio e managing director di Pimco, in una nota pubblicata sul sito.

I numeri parlano chiaro: oltre all'Europa, gli Stati Uniti hanno avuto un rapporto debito/pubblico al 101,6% nel 2012, rispetto al 99,4% del 2011; il Giappone, terza economia mondiale, ha poi un debito superiore al 200%. 

In un contesto del genere, Pimco ritiene che gli investitori dovrebbero ridurre l'esposizione verso gli asset più rischiosi; inoltre, mentre Wall Street e i bond non sono più convenienti, ci sono altri mercati dei bond che il fondo obbligazionario preferisce, che sono quelli dell'Australia, della Nuova Zelanda, della Svezia, del Messico e del Brasile. 

"Sul fronte dell'azionario, preferiamo in genere i mercati emergenti e in particolare i titoli cinesi che non fanno parte del settore finanziario".

 

Berlino ha guadagnato 80 miliardi di euro. Udienza su costituzionalità programma di acquistobond italiani e spagnoli lanciato da Mario Draghi. Sondaggio: quasi un tedesco su due vorrebbe che fosse fermato.

ROMA (wsi) - Il governo tedesco difendera' l'operato della Bce quando testimoniera' di fronte all'Alta Corte di Karlsruhe, chiamata a giudicare la compatibilita' con la Costituzione nazionale del piano di acquisto di bond varato dalla Bce (le cosiddette 'Omt'). Lo ha assicurato il cancelliere Angela Merkel. "Affermeremo che la Bce sta facendo il necessario per stabilizzare l'euro", ha dichiarato Merkel all'assemblea della Bdi, la Confindustria teutonica. La corte di Karlsruhe ha avviato oggi due giorni di udienze, per poi esprimere un verdetto atteso non prima di settembre.

"Noi crediamo che la Bce assicuri la stabilità dei prezzi nell'Eurozona", ha detto Merkel, precisando che anche "la Germania avverte gli effetti della crisi, perciò è molto importante capire che se all'Europa le cose non vanno bene, neanche alla Germania possono andare bene". La cancelliera ha ricordato che l'Europa è il ricettore principale dell'export tedesco.

BCE: HANDELSBLATT; SONDAGGIO,48% TEDESCHI VORREBBE STOP OMT 

Quasi un tedesco su due vorrebbe stoppare il programma di acquisto dei titoli di Stato da parte della Bce. Lo scrive il giornale tedesco Handelsblatt, citando un sondaggio Forsa commissionato dalla testata economica. Il 48% degli intervistati (di un campione rappresentativo) ha risposto 'si'' alla domanda se i giudici della Corte costituzionale tedesca, chiamati a giudicare la legittimità della misura intrapresa da Mario Draghi fra oggi e domani, debbano fermare l'Omt. Il 31% ritiene invece che le denunce dei critici siano ingiustificate. Infine, un 21% del campione ha risposto di non avere una posizione.
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Maurizio Ricci per "la Repubblica"

Al di là delle sottigliezze giuridiche, il dibattito in corso alla Corte costituzionale di Karlsruhe sulle strategie della Bce è ancorato ad una potente zamorra emotiva: la rivolta del contribuente tedesco contro il saccheggio del suo portafogli per far fronte ai debiti degli scriteriati partner mediterranei.

Il problema, con il copione di questo dramma in diretta, sulla cui legalità si interrogano i giudici di Karlsruhe, è che il dramma è fasullo. Dalla crisi scoppiata nel 2009, il bilancio pubblicotedesco trae assai più benefici che danni, come riconoscono, ormai, anche i centri di ricerca tedeschi, individuando una sorta di rendita europea nel mercato del debito pubblico.

Il calo dei tassi di interesse, dal 2009 ad oggi, sui Bund e sugli altri titoli pubblici farà risparmiare all'erario tedesco - il calcolo è dell'autorevole Ifw di Kiel - 80 miliardi di euro, che diventeranno probabilmente 100, dopo l'ultimo taglio dei tassi da parte della Bce. Non è una valutazione isolata: già nell'autunno scorso, una grande società di assicurazioni come Allianz valutava il risparmio in 67 miliardi di euro.

Attenzione: questi risparmi riguardano solo il bilancio federale (meno di metà del debito pubblico). Anche sull'altra metà, regioni e comuni hanno lucrato un consistente risparmio di interessi. Insomma, il contribuente tedesco lamenta una perdita ipotetica e non si accorge di un guadagno concreto, che vale 10 miliardi e più di euro ogni anno.

Per un governo che emette 250-300 miliardi di euro di titoli pubblici ogni anno, più di tre anni di tassi in calo rappresentano un sostegno importante. Si è arrivati all'estremo di investitori pronti ad acquistare i Bund anche in perdita: o perché - sulle scadenze a breve termine - l'interesse era inferiore a zero o perché - su quelle più lunghe - inferiore all'inflazione.

Secondo i calcoli di Jens Boysen-Hogrefe dell'Ifw, sui titoli emessi dal 2009 in poi, l'erariotedesco ha risparmiato, rispetto ai tassi pagati nel decennio precedente, 10 miliardi di euro nel solo 2012. Quest'anno, saranno circa 13 miliardi. Proiettando i risparmi sull'arco di durata dei titoli (molti decennali) il risparmio complessivo è, grosso modo, di 80 miliardi di euro. Se, poi, si tiene conto anche dell'ultimo taglio dei tassi da parte della Bce, il risparmio, secondo l'Ifw, supererà, probabilmente i 100 miliardi.

In larga misura, questo calo dei tassi è l'effetto diretto della crisi, della recessione e della politica monetaria messa in atto negli ultimi anni. La Germania è stata in grado (al contrario, ad esempio, dell'Italia e degli altri paesi deboli della fascia mediterranea) di sfruttare pienamente, nel costo del debito, questo risvolto della crisi. Ma non è stata l'unica. Anche la Francia, ad esempio, ha potuto approfittare del calo dei tassi. Ma in misura inferiore a Berlino.

La differenza è data dall'effetto-rifugio del Bund tedesco, la cui domanda è stata moltiplicata dall'affollarsi di investitori, a caccia di un investimento sicuro: spesso capitali in fuga dai paesi più colpiti dalla crisi, dalla Spagna all'Italia. In altre parole, i tedeschi dovrebbero in buona misura ringraziare, per il risparmio del calo dei tassi, gli stessi paesi che condannano per la crisi. 

Questa domanda extra, scatenata dall'effetto-rifugio ha ulteriormente abbassato i rendimenti dei Bund, con un risparmio aggiuntivo. Boysen-Hogrefe valuta che la fuga verso il Bund valga un quarto-un quinto del risparmio complessivo del calo dei rendimenti: 2 miliardi di euro su 10 nel 2012, 3 miliardi su 13 nel 2013.

Nei calcoli di Allianz, l'effetto rifugio, specificamente tedesco, ha un peso maggiore di quello che gli attribuisce la Ifw. Rispetto a quello che giustificherebbe la situazione economica complessiva, infatti, i rendimenti dei titoli decennali sono stati più bassi di 0,6 punti percentuali nel 2010, 0,7 punti nel 2011, 1,35 nel 2012. Il risparmio complessivo, comunque, coincide con quello calcolato dall'istituto di Kiel: oltre 10 miliardi di euro l'anno, per un totale (calcolato nel settembre scorso) di 67 miliardi di euro sull'arco di durata dei titoli. É la rendita europea che, nota Boysen-Hogrefe, "qualcuno potrebbe trovare ragionevole spendere a sostegno dei paesi dell'eurozona più colpiti dalla crisi del debito".

Non è, peraltro, sottolineava il rapporto della Allianz, l'unica. La crisi europea ha seriamente rallentato l'economia tedesca, ha scoraggiato gli investimenti, inaridito sbocchi tradizionali dell'export come gli altri paesi dell'eurozona. Ma la crisi ha comportato anche una svalutazione del 10% dell'euro, rispetto al 2011, che, sul piano globale, è una spinta decisa per le esportazioni tedesche. La Allianz calcola che un euro che vale il 10% in meno porti ad un aumento del 5% delle esportazioni tedesche, equivalente ad un aumento dell'1,25% del Pil.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da La Repubblica - che ringraziamo - non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia e WallStreeTrade che rimangono autonome e indipendenti.
 
Martedì, 11 Giugno 2013 09:23

Euro su livello di resistenza

 
 
Occhio al bund tedesco, il cui prezzo è andato con decisione a violare l’importante supporto a 143 con ovvio e contestuale rialzo del rendimento a 1,60%.
 
(wsi) - Le dinamiche correlative che seguiamo ormai da alcune settimane hanno trovato conferma anche nella giornata di ieri nella quale il dollaro americano ha mostrato ancora segni di temporanea debolezza nel momento in cui i tentativi di apprezzamento contro le altre major sono andati a svilirsi contro i primi supporti/resistenze individuabili a livello intraday. 

L’eurodollaro ha infatti fermato il suo lieve percorso ribassista in area 1,3185 per poi riportarsi vicino ai massimi relativi in area 1,3280, così come il cable tornato in area 1,56, mentre l’usd/jpy è andato a ritestare area 98 dopo il rimbalzo di venerdì che lo aveva visto passare da quota 95 fino ad oltre 99. Per proseguire con l’analisi intermarket, assistiamo ancora a Borse ancora piuttosto interdittorie e comunque ben lungi da riprese importanti dopo i recenti notevoli ribassi e a materie prime finanziarie perlopiù ancorate all’interno di compressioni di prezzo e volatilità. 

Segnali di prezzo degni di nota si sono avuti invece sull’obbligazionario ed in particolare sul Bund, il cui prezzo è andato con decisione a violare l’importante supporto a 143 con ovvio e contestuale rialzo del rendimento a 1,60%, nell’ambito di un più ampio e preoccupante rialzo dei bond governativi a livello generalizzato. 

Permangono dunque le relazioni che vedono il dollaro comprato o venduto contro tutte le altre valute senza eccezioni su quelle che sono, seppur con accezione diversa rispetto al 2012, dinamiche di risk on e risk off, alle quali si aggiungono le Borse che si trovano in linea con il green back (comprate cioè insieme ad esso) e materie prime (metalli in particolare) che, seppur con più incertezza, seguono a ruota. Il mercato sta scontando nei prezzi degli strumenti finanziari perciò tutte le perplessità circa le aspettative sulle future manovre della FED, con il più recente dato sul mercato del lavoro Usa che non ha certo aiutato in quanto ha mostrato una situazione in chiaroscuro dal punto di vista dei nuovi posti di lavoro creati e del tasso di disoccupazione.

Una possibile sottrazione di liquidità dai mercati potrebbe infatti innescare importanti flussi in acquisto di biglietto verde e far mancare il carburante necessario per sostenere l’azionario a questi livelli, azionario che rischierebbe perciò pesanti vendite salvo poi poter rinsavire supportato però da fondamentali rafforzati e dunque da eventuali miglioramenti sul fronte dell’economia reale. 

Al di là di un necessario e basico alveo macroeconomico, da un punto di vista esclusivamente operativo vale la pena di seguire questi ragionamenti dettati naturalmente dalle aspettative - quelle che in definitiva concorrono alla formazione dei prezzi delle attività finanziarie – attraverso l’analisi dei livelli tecnici da cui dipendono i nostri posizionamenti.

Spostando il focus dal dollaro americano allo yen, va riportato come il meeting della Bank of Japan non abbia comunicato modifiche rispetto al piano di acquisto di asset, deludendo le aspettative circa un’estensione della maturity dei prestiti da 1 anno a 2, misura che avrebbe rivestito il ruolo di calmierante la volatilità innescatasi sui bond giapponesi

EurUsd

Zona nuovamente delicata per l’eurodollaro che non è riuscito a scendere oltre l’1,3185, riportandosi così vicino ai massimi relativi e all’importantissima area di resistenza a quota 1,33. Ieri il grafico a 4 ore appariva quello migliore a descrivere il quadro tecnico del cambio, con l’ottimo rimbalzo sulla media esponenziale a 21 periodi dello stesso per quelle che ora vanno ad essere potenziali conformazioni di inversione 123 potenzialmente propedeutiche ad importanti ribassi. 

Ribassi che passano dai livelli tecnici di breve, 1,3240 su tutti, su cui transita la precisa media a 21 sul grafico orario sul quale si potrebbe sviluppare una divergenza ribassista con l’oscillatore stocastico. 1,3185 in questo caso l’obiettivo che precede ,l’ancor più importante 1,3120 che, una volta rotto aveva dato impulso al clamoroso rally di giovedì scorso. Avvicinamenti in area 1,33 sarebbero da studiare con attenzione nel momento in cui il fallimento di doppi massimi potrebbe aprire la strada a decisivi breakout verso 1,3375.

UsdJpy 

Vendite importanti hanno riguardato il cambio nella notte, sulle aspettative deluse circa possibili modifiche al piano di acquisto asset da parte della BOJ. Vendite che non sono tuttavia andate oltre il supporto a 97,70. Sul grafico a ore si può apprezzare una divergenza inversa ribassista con lo stocastico in grado, sulla violazione del sopracitato livello, di portare il prezzo a rivisitazioni in area 96,60. Superamenti del pivot point, nonché dell’incrocio delle medie 21 e 100 sull’orario a quota 98,50, indurrebbero invece acquisti per i livelli di 98,90 e 99,35.

EurJpy

Più spedito qui il cammino rialzista, supportato dai temporanei rialzi congiunti di usd/jpy ed eur/usd, sul pattern di pin rialzista del grafico giornaliero. Come nel cambio precedente, su time frame a 4 ore possiamo apprezzare una divergenza inversa ribassista il cui sviluppo dipende dal superamento ingiù dell’area di supporto individuabile tra 130,25 e 130 per obiettivi in primis a 129,50 e 129 in secondo luogo. La tenuta della zona di supporto può invece riportarci a 131 e 131,30.

GbpUsd 

Il quadro tecnico è molto simile a quello dell’Eurodollaro, di cui ricalca appieno la dinamica di ritracciamento ben visibile sul 4 ore sul livello statico a 1,5490 e sulla media mobile a 21 periodi. Cruciale ora la tenuta di 1,56 che potrebbe far rimbalzare il prezzo su un potente pattern 123 di inversione verso proprio 1,5490 in primo luogo. Il superamento di 1,56 ci porterebbe di nuovo verso 1,57 dal quale valutare rotture rialziste fino a 1,58.

AudUsd

Cuneo ribassista ben visibile sul cambio, ancora avvolto in una importante spirale ribassista che lo vede ancora in sequenza di massimi decrescenti e che lo avvicinano al delicato punto di 0,9390, importante punto di swing che risale addirittura all’ottobre del 2011 e la cui rottura potrebbe portare a ideali target a 0,9230. Il superamento al rialzo prima di 0,9436 e poi 0,9475 aiuterebbe allo sviluppo della potenziale divergenza regolare bullish per obiettivi a 0,96.
 

                                                           Foto: Olli Rehn, vicepresidente della Commissione Europea.

 

 

E' piena polemica tra Fondo e Commissione Europea sugli errori commessi nel programma di salvataggio e nelle misure di austerita' imposti in un paese il cui Pil perdera' il 4,3% nel 2013. 

BRUXELLES (wsi) - In piena polemica tra Fondo monetario internazionale e Commissione europea sugli errori del programma di austerità imposto alla Grecia, giungono dati che mettono ulteriormente in rilievo le pesanti conseguenze che la 'cura' ha avuto sull'economia del paese. L'agenzia di statistica ellenica ha infatti rivisto in peggio i già gravi dati sul Pil: nel primo trimestre ha subito una flessione del 5,6 per cento su base annua, a fronte del meno 5,3 per cento precedentemente stimato.

Magra consolazione il fatto che la caduta abbia mostrato una leggera attenuazione: sull'insieme del 2012 il Pil greco aveva infatti subito un meno 6,4 per cento, mentre per tutto il 2013 il governo ellenico prevede una contrazione del 4,3 per cento.

La ripresa è prevista nel prossimo anno, dopo sei anni consecutivi di flessioni, ma queste stime avallate da Commissione europea e Fmi, sono state di fatto contestate dalle previsiondi dell'Ocse, che invece pronosticano un ulteriore meno 1,2 per cento del Pil greco il prossimo anno.

E anche il maggiore sindacato della Grecia, il Gsee, si attende un settimo anno consecutivo di recessione, in un paese dove la disoccupazione ha raggiunto il record del 27 per cento, segnando il livello più elevato tra tutti gli Stati avanzati. Un bilancio che diversi osservatori giudicano come disastroso e conseguenza proprio dal piano di correzione che la Grecia ha portato avanti in cambio degli aiuti internazionali, a seguito dei ripetuti negoziati con la Troika composta da Commissione europea, Bce e Fmi. 

E in questo quadro a rinfocolare le polemiche due giorni fa è intervenuto un rapporto del Fmi che ha destato scalpore, interpretato come una sorta di mea culpa sulle scelte fatte, in particolare nel primo programma di aiuti. Un ammissione di errori che indirettamente è una inevitabile chiamata in causa di tutta la Troika. Oggi su questo ha reagito con parole insolitamente aspre il vicepresidente della commissione europea, Olli Rehn. Da una conferenza a Helsinki, ha accusato il Fmi di tenere un comportamento "ingiusto" e di cercare di "lavarsi le mani" scaricando le responsabilità "sulle spalle degli europei".

Nonostante la parziale correzione di tiro delle scorse ore del Fmi, che ha precisato di non affermare che vi sono malfunzionamenti nella Troika, Rehn ha usato toni più duri rispetto alla risposta fornita ieri dal suo stesso portavoce.

Questi aveva già riferito che la Commissione non condivide due aspetti chiave delle valutazioni del Fmi. Il primo è il parere che si sarebbe dovuto procedere ad una ristrutturazione del debito pubblico greco più anticipata e aggressiva. Il secondo è che secondo il Fmi nel programma concordato in cambio degli aiuti mancavano sufficienti misure a favore della crescita.

Tutto questo mentre l'Unione europea è in pieno dibattito sul da farsi per cercare di rilanciare l'economia, con il mercato del lavoro che continua a peggiorare. Diversi osservatori puntano il dito contro le politiche di rigore sui conti pubblici, che hanno trovato nella cura imposta alla Grecia una sopra di simbolo.

Tuttavia Rehn respinge queste tesi: secondo l'eurocommissario le cause dei problemi del paese vanno cercare dentro i suoi confini.
"Sfortunatamente - ha detto - ci stavano troppi ostacoli in Grecia a causa di interesse corporativi e a volte anche per colpa dell'opposizione".
(TMNews)

Quando le banche centrali aumenteranno il costo del denaro, ora ai minimi storici, ci sara' di che allarmarsi. Per il Ceo di JP Morgan Jamie Dimon "dovremo abituarci a una volatilita' estrema sui mercati".

 
NEW YORK (wsi) - L'appuntamento e' solo rimandato: quando le banche centrali del mondo riporteranno i tassi di interesse su livelli considerati "normali", i mercati finanziari sono destinati ad attraversare un periodo di estrema volatilita'

"Quello appena descritto e' un mondo che fa paura", secondo l'amministratore delegato di JP Morgan Chase Jamie Dimon

"Dobbiamo augurarci una normalizzazione dei tassi di interesse, e' una cosa positiva", ha precisato il manager ieri durante un dibattito al Forum mondiale di Fortune in corso a Chengdu, in Cina. 

"Ma quando torneremo su livelli normali, ci sara' di che avere paura e i mercati attraverseranno un periodo di volatilita'".

Le politiche di espansione straordinarie imposte dalle banche centrali mondiali, Bce, Fed e Bank of Japan in particolare, per rispondere alla crisi finanziaria scoppiata nel 2008 negli Usa e poi propagatasi in Europa, ha incoraggiato gli investitori a comprare titoli ad alto rischio. 

I timori che prima o poi i programmi eterodossi di acquisto di titoli di stato da parte della Fed possano essere ridotti hanno avuto un impatto negativo sui corsi azionari da questa settimana. 

Rifacendosi all'indice del rischio di mercato di Bank of America, utilizzato per calcolare la volatilita', il livello di preoccupazione degli operatori attivi nei mercati azionari, obbligazionari, valutari e di materie prime, si trovano sotto la soglia di paura nel 75% delle sedute dal 2000.

Ma nell'ultimo mese le oscillazioni di prezzo giornaliere si sono ampliate progressivamente. Tra i fattori catalizzatori, i dati inferiori alle stime sull'attivita' manifatturiera in Usa e Cina e le speculazioni circa l'eventuale "exit strategy" dai piani di Quantiative Easing di Ben Bernanke

Per questo motivo Dimon ha sottolineato che guardera' "con grande attenzione a qualsiasi parola che la Fed pronuncera'".
 
Giovedì, 06 Giugno 2013 08:47

Nuovo Fiscal Compact

 
La lobby degli industriali europei ha incontrato Merkel, Hollande e Barroso. Con il piano su competitività e produttività stati membri saranno costretti a implementare riforme strutturali neo liberali.
 
ROMA (wsi) - Nell'incontro del 18 marzo 2013 i leader delle aziende multinanzionali maggiori d'Europa hanno visto la Cancelliera tedesca Angela Merkel, il presidente francese Francois Hollande e il presidente della Commissione Europea Jose Manuel Barroso per parlare di competitivita' nel continente e per promuovore una sorta di nuovo Fiscal Compact

A svelarlo e' il gruppo di ricerca indipendente Corporate Europe Observatory, ricordando che gia' in gennaio a Davos, durante il World Economic Forum, Merkel aveva fatto pressioni sugli altri leader mondiali per imporre un patto per la competitivita'. 

Quest'anno in Europa e' stato aperto un dibattito su un nuovo patto per la competitivita' (un altro "compact", dopo quello fiscale). Se verra' approvato dal Consiglio Europeo a giugno, gli stati membri saranno costretti a implementare riforme strutturali di stampo neo liberale. 

Come scrive Paolo Barnard sul suo blog, la tavola rotonda degli industriali europei "mira a mettere il turbo nucleare al mercato singolo, dove ovviamente solo i colossi possono competere, e dove milioni di piccole-medie aziende (e i loro lavoratori) andranno invece disintegrate (e già ci vanno)". 

Inoltre il nuovo Fiscal Compact sulla competitività-produttività prevede l'introduzione di tre nuovi parametri, allarmanti per la tenuta del tessuto sociale. Se il patto sara' approvato dal Consiglio presieduto da Herman Van Rompuy, d'ora in avanti il nostro livello salariale sara' legato a:

1) la maggiore produttività sul lavoro

2) la competizione internazionale

3) la performance individuale

Le raccomandazioni mettono in primo piano la riduzione drastica degli ostacoli al licenziamento e la riduzione delle liquidazioni. E chiedono che la spesa pubblica venga utilizzata per aiutare il business, non per il sociale

Barnard ricorda che "ogni singola parola della lobby diviene di regola un Trattato UE sovranazionale, cioè più potente di qualsiasi cosa i nostri parlamenti possano decidere. E’ accaduto col Fiscal Compact, accadrà con questo Compact".
 
 
Fed pronta ad acquistare quantita' massicce di titoli italiani e spagnoli per far ripartire l’economia globale. Obiettivo: abbattere Spread a 130.
 
NEW YORK (wsi) - La Federal Reserve e' pronta a comprare Btp e titoli di Stato spagnoli. L'indiscrezione viene dal capo economista di Ubs, secondo il quale la banca centrale americana non avrebbe piu' la pazienza di aspettare le prossime mosse delle autorita' europee ancora divise su molte questioni chiave, come quella degli aiuti diretti alle banche utilizzando i fondi dell'ESM. 

Sembra fantascienza e invece il piano e' realmente sul tavolo. L’operazione, resa possibile dalle enormi disponibilita' liquide liberate dall'espansione monetaria di questi anni (piu' di 20 mila miliardi in circolazione), potrebbe far salire le quotazioni di Bonos e Btp, accorciando la distanza dai Bund tedeschi. 

In questo modo, con la piu' gigantesca operazione di compressione artificiale dei tassi di interesse della storia, Ben Bernanke potrebbe far scendere lo spread tra Btp e Bund dagli attuali 250-260 punti a un livello non superiore ai 130-140 punti base. 

Si spera cosi' di innescare un ciclo virtuoso di ripresa degli investimenti e dell'economia. E l’inflazione? Su questo capitolo la Germania potrebbe opporre ostruzione. Nel secondo Dopoguerra, ricorda un recente outlook del Fondo Monetario Internazionale e citato dall'edizione odierna di Libero quotidiano, una terapia di questo tipo, basata sugli acquisti a pioggia di titoli di Stato, servi' sia a sostenere l’economia Usa, sia a ripagare i debiti contratti durante la guerra, grazie alle maggiori entrate fiscali. 

Ma pochi anni prima, nello stesso secolo, in Germania si scateno' un'inflazione che ha segnato indelebilmente i tedeschi, costretti a tanti anni di sacrifici. Nel periodo tra le due guerre si scateno' infatti l'iperinflazione di Weimar. Durante la sua fase finale, nel novembre 1923, il marco valeva un bilionesimo di quanto valeva nel 1914.

Tornando alla crisi dei giorni nostri, il concetto e': se Mario Draghi ha le mani legate dalla Germania, l'unica soluzione resta quella di fare affidamento sul "bazooka" a munizioni illimitate della Fed, la quale ha l'autorita' per comprare debito pubblico straniero. 

Andreas Hoefert, capo economista per il mercato europeo di Ubs wealth management, e' convinto che Bernanke, che lascera' a gennaio 2014, potrebbe entrare nella storia come il primo presidente della Fed a non aver mai imposto una stretta della politica monetariadurante il suo mandato. 

L'exit strategy dai piani di espansione monetaria eterodossi, insomma, non e' alle porte. Mentre la Borsa Usa continua a infilare record su record, l'economia reale non e' ancora tornata ai livelli pre crisi. 

"Il successo dell’allentamento - osserva l'analista - resta in dubbio anche se e' vero che, al contrario di altri Paesi, gli Usa non sembrano a rischio di cadere in una recessione a doppio minimo e che la disoccupazione si sta riprendendo, con un ritmo lento ma sicuro. Inoltre il mercato azionario attualmente sta rincorrendo un record dopo l’altro".

Ancora peggiore e' pero' la situazione in Europa, che resta in recessione se non in depressione. "Se questa situazione dovesse permanere ancora a lungo, rischierebbe di compromettere gli sforzi immani della Fed nella lotta alla deflazione", sottolinea Hoefert.

Secondo l'economista la politica monetaria secondo la strategia del "colpisci e stupisci" che la Fed attua dal 2008 ha forse sorpreso molti, ma non chi ricorda le parole pronunciate dal suo presidente durante un discorso tenuto nel 2002, quando era membro del Consiglio dei governatori («Deflation: Making sure it doesn’t happen here»), che gli è valso il soprannome di«Helicopter Ben», e che definisce molti anni prima le misure della Fed in una situazione di crisi finanziaria con rischi deflazionistici come quella del 2007–08.

Proprio nel discorso del 2002 Bernanke aveva anche detto che "la Fed ha l’autorita' per acquistare sia debito pubblico straniero sia debito pubblico nazionale". Un'arma potenzialmente molto efficace dunque, quella che ha a disposizione la Fed nel suo arsenale. "Nulla puo' fermare la Fed dal fare il lavoro che la Bce si rifiuta di fare o accetta di fare solo in cambio di una stretta fiscale ancora maggiore nei Paesi periferici: acquistare i titoli di Stato di Spagna, Italia e altri Paesi per allentare le condizioni monetarie di tali nazioni", prosegue Hoefert.

Nel suo discorso Bernanke ha anche sottolineato che un tale intervento avrebbe un "potenziale impatto su una serie di mercati finanziari, compreso il mercato dei cambi. Tuttavia in un mondo segnato dalle guerre monetarie, in cui il Giappone ha già sparato la sua ultima salva e l’euro rimane il combattente furtivo, un tale ipotetico ultimo intervento potrebbe finalmente far uscire allo scoperto l’euro e mettere la Bce di fronte al fatto che una depressione europea autoindotta non è un evento isolato, ma uno che ha effetto sulla ripresa mondiale", ha chiosato Hoefert, secondo cui l'intervento della Fed in aiuto dei paesi finanziaramente piu' fragili dell'area euro potrebbe essere l'unica via per uscire dal tunnel.
 
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